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DIX JOURS QUI (POURRAIENT) CHANGER LE MONDE

DIECI GIORNATE CHE ( POTREBBERO) CAMBIARE IL MONDO
 
Si è conclusa a Reggio Emilia a fine luglio la XXX° RIDEF ‘Sguardi che cambiano il mondo: le città delle bambine e dei bambini’ organizzata dal Movimento di cooperazione educativa (MCE) e dalla FIMEM, la federazione internazionale dei movimenti di scuola moderna. Oltre 500 insegnanti di 34 paesi si sono confrontati sul tema dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza nella città, sui futuri dei giovani, sulla partecipazione democratica alla gestione del territorio ‘con lo sguardo dei bambini’.
Sono temi che, se perseguiti con coerenza, possono trasformare il rapporto insegnante-alunni da un insegnamento trasmissivo centrato sul docente a un ruolo attivo dei soggetti in crescita, considerati da subito cittadini/e con propri interessi, motivazioni, pensieri originali.
Temi che assegnano alla scuola una funzione diversa, non tutta centrata su se stessa, ma in dialogo e apertura al territorio.
La FIMEM opera da oltre 50 anni per far sì che in ogni paese all’educatore sia riconosciuto lo status di operatore socioculturale, in quanto attivista sociale e politico che ha come riferimento un’idea dell’infanzia come bene comune da educare in/per un mondo più giusto.
Gli insegnanti in quest’ottica non sono considerati in quanto legati alla situazione particolare del proprio paese ma in quanto facilitatori di futuri in cui l’infanzia stessa sia patrimonio e cura di tutti, fuoriuscendo da visioni proprietarie dei figli e degli alunni.
Gli insegnanti che si ritrovano ogni due anni alla Ridef, che si svolge di volta in volta in un paese diverso, nel nord e nel sud del mondo, sono accomunati dall’adesione alla pedagogia popolare di C. Freinet, maestro francese che fonda le proprie proposte sulla cooperazione, sulla metodologia della ricerca, sul ‘metodo naturale’ di apprendimento, sulle tecniche operative in alternativa a un insegnamento tutto di parole dell’insegnante e di strumenti- i manuali scolastici- nozionistici e uguali per tutti indipendentemente dalle condizioni, dagli stili personali, dai ritmi di apprendimento.
Due problematiche hanno particolarmente attraversato l’intera Ridef, legate a situazioni di emergenza che pregiudicano diritti vitali dell’infanzia e dell’adolescenza:
  • la laicità, che è uno dei punti fondanti l’idea stessa di scuola moderna, e conseguentemente la denuncia delle molte situazioni in cui forme di predominio patriarcale giustificano, in quanto ‘scelte culturali’ o religiose, la prevaricazione, la sottomissione e la mancanza di autonomia di bambine e donne nel mondo. Il ruolo della donna e delle bambine nella famiglia in molti dei paesi africani, asiatici, latinoamericani, è particolarmente drammatico e tale da soffocare energie e potenzialità preziose per lo sviluppo di quei paesi. Spesso la religione si mostra acquiescente nei confronti del potere maschile e dei ceti dominanti. Mancanza di istruzione, lavoro minorile in famiglia e al di fuori, spesso come fonte di sostegno per la famiglia stessa, matrimoni precoci, violenze e mutilazioni, impiego in situazioni di guerra, pratiche e abbigliamenti mortificanti costituiscono sistemi di negazione e di oppressione mascherati spesso da adesione libera e volontaria. Un’educazione laica non può che tendere a creare situazioni di parità di opportunità, a garantire diritti di espressione e di autonomia dai vincoli e ai legami culturali e religiosi. Accanto al riscatto delle classi oppresse e alla decolonizzazione ( Fanon) occorre oggi aggiungere la liberazione della donna e della bambina/ragazza dai modelli autoritari, consumistici, dalle mille oppressioni.
  • le situazioni di guerra nel mondo, fra cui particolarmente drammatica la situazione a Gaza il cui conflitto è esploso drammaticamente proprio in quei giorni e che ha visto dibattere appassionatamente i termini del documento da diffondere tra i partecipanti dei diversi paesi.
La Fimem e il MCE hanno voluto fortemente che a questa Ridef fossero presenti, per la prima volta, insegnanti e operatori culturali dalla Palestina. Sono venuti grazie a forme di solidarietà vigenti nella federazione e a contributi raccolti nel biennio trascorso due palestinesi, un uomo e un donna, dal Centro culturale ‘Al Rowwad’ di Betlemme, e due educatrici palestinesi che operano nei campi profughi in Libano.
Diversi ateliers e mostre hanno presentato le condizioni di vita della popolazione nei campi e nella striscia di Gaza e le forme di ‘resistenza’ alla lesione dei diritti e all’esproprio culturale e politico cui sono sottoposte le popolazioni arabe.
Possiamo dire, dopo queste giornate, di aver consolidato fra i gruppi costituenti la Fimem, provenienti da quattro continenti, alcune idee ‘forti’:
  • l’infanzia e l’adolescenza con un proprio patrimonio culturale da salvaguardare e con diritti da far conoscere al mondo adulto e di cui sostenere la rivendicazione: diritti primari, ma anche culturali e ludici, comunicativi e di partecipazione/rappresentanza ( nel laboratorio rivolto ai figli dei partecipanti, davvero interculturale data la presenza, dal Marocco al Giappone, dalla Svezia al Messico,… i ragazzi partecipanti hanno elaborato, al termine dell’attività, una propria ‘carta dei diritti’ dell’infanzia nella città a seguito della rielaborazione del percorso ). Operare nella direzione della valorizzazione del patrimonio culturale, di specie, di genere, di ognuno/a, significa contribuire a smantellare stereotipi e pregiudizi, riconoscendo le specificità le comunanze di condizioni e le possibili linee di sviluppo nel rispetto della propria memoria, storia personale, del proprio ambiente.
 
  • i diritti riconosciuti dalla Convenzione internazionale sono una parte dei diritti dei cittadini ‘minori’. Il diritto a sporcarsi, all’ozio, alla contemplazione dei tramonti, agli odori, alla manipolazione di elementi naturali,… come ha più volte ricordato lo scomparso Gianfranco Zavalloni, sono fondamentali per uno sviluppo equilibrato della personalità sociale.
Ma non è sufficiente reclamare dalle istituzioni del mondo adulto il riconoscimento di tali diritti se non si tiene presente che essi, in quanto astratti e universali, vanno verificati di volta in volta, situazione per situazione. E’ diverso essere bambine/i in situazioni in cui la pace perdura da 70 anni in situazioni di permanente guerriglia o guerra. E’ diverso reclamare il diritto all’istruzione e alla parità di opportunità nel nord Europa dotato di un sistema di welfare che offre solide garanzie a tutti o in situazioni di fame, sete, carenza di risorse, violenza perdurante. Allora la ‘mission’ educativa non può essere quella di offrire un quadro generale e valido ovunque dei diritti, ma di ‘mettere nella testa’ dei bambini e dei ragazzi del nord dl mondo l’esistenza e le condizioni di vita dei loro coetanei dei molti sud, come pure gli squilibri esistenti attualmente anche nelle nostre città. E di consentire ai soggetti dei sud del mondo una percezione delle proprie condizioni e delle cause che le determinano non fatalistica e rassegnata ma in grado di acquisire consapevolezza della propria dignità, di pensarsi come soggetti attivi di cambiamento, di non accettare fatalisticamente un futuro sempre uguale al presente. Entrambe le situazioni richiedono che la scuola operi nella direzione di un’educazione a futuri alternativi, crei forme di resilienza e capacità progettuali.
 
  • la difesa della scuola pubblica a fronte dei continui tentativi di mercificazione e privatizzazione da parte del modello neoliberistico in quanto scuola di/per tutti/e; è urgente una forte affermazione del diritto all’istruzione dei milioni di bambine e ragazze che ne sono prive, così come del compito formativo e non solo istruttivo della scuola in quanto agente di trasformazione sociale, di costruzione di senso del bene comune, di etica pubblica, di cittadinanza come responsabilità verso di sé, gli altri, l’ambiente terra ( cfr. la carta-agenda del pianeta terra).
 
  • la conoscenza intesa come ‘bene comune’ che si conquista e si costruisce assieme e che si fonda su principi essenziali ( cfr. E. Morin ‘ I sette saperi fondamentali’, ed. Cortina, 2001).
  • lo scambio interculturale , la mescolanza, la condivisione in società sempre più mobili e attraversate da migrazioni, che richiedono una nuova concezione di ‘cittadinanza globale’, che sappia porre le premesse per il superamento delle chiusure, dei confini fra ‘noi’ e ‘loro’, dei localismi, degli etnocentrismi.
  • l’educazione alla pace come strumento di intervento, analisi critica, conoscenza della realtà, attraversamento dei conflitti, negoziazione
  • il diritto alla parola, all’espressione, all’intervento, all’ascolto, alla consultazione su tutte le scelte riguardanti la propria vita
 
 
Giancarlo Cavinato ( MCE Venezia)
 

 

 


 

 

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