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INTERVENTO Marifé Santiago Bolaños GIORNATA FORUM 29 LUGLIO 2012 LEON

 

RIDEF, León, 29 luglio 2012

 

Intervento di

Marifé Santiago Bolaños

 

GRAZIE

È un rendere giustizia , oltre che una questione di ovvia e meritata cortesia , iniziare congratulandomi con il gruppo organizzatore di questo incontro per aver scelto di condividere, in modo disinteressato, il  tempo personale e professionale con tutti coloro che, durante questi giorni, nella città di  León,  stanno partecipando all'incontro internazionale, XXIX  Ridef, degli educatori Freinet. Ringrazio per l'iniziativa, che nobilita il genere  umano in tempi inquieti, in cui la solidarietà e l'equità arrischiano  di essere  sostituite dall'egoismo più vile e dalla disuguaglianza più sanguinosa causate dalla crisi che si è impossessata della  coscienza e della speranza di milioni di persone in tutto il mondo. Ringrazio per avermi invitata a confermare, con tutti/e voi, la certezza che un modo di fare differente può cambiare il mondo, come la grande filosofa María Zambrano ha scritto.

 

LA SPAGNA  ED IL  CAMMINO DELL’EDUCAZIONE

Mi è stato chiesto di parlare della "rete delle donne africane e spagnole per un mondo migliore", ma permettetemi di iniziare, prima di affrontare l'argomento specifico, facendo un po' di storia molto recente. Così recente che si rischia di dimenticare, di  perdere la prospettiva da cui è stata generata tale storia e questo comporta  anche la perdita della tensione per quella  rotta etica che avremmo già dovuto iniziare a prediligere. Credo che in educazione l’oggettività, che può essere condivisa e quindi, scambiata, sia inutile se non si volge lo sguardo alla soggettività dei sentimenti. Solo allora, quando ragione e sentimenti correranno l’una accanto agli altri, quando si esplorerà l'orizzonte  che la stessa María Zambrano chiama "ragione poetica", l’ educazione perseguirà davvero il suo obiettivo. Perché il successo di questi nostri sforzi, lo sappiamo bene noi insegnanti, professori e professoresse, si misura nell’autostima raggiunta e nella felicità, nei successi acquisiti in termini  di conquista di uno spirito critico e costruttivo. Nei punti più alti di umanità (parola che spaventa tanti) e giustizia (parola che viene tanto relativizzata). Beni  che non è facile scoprire e mantenere da soli e richiedono pertanto un’assunzione di fermezza nel momento di  conquistare il territorio che, come sempre ricorda il nostro caro Federico Mayor Zaragoza, è situato nel cuore della Dichiarazione universale dei diritti umani: il dovere dei popoli sudditi di promuovere il diritto di smettere di essere sottomessi  per iniziare a diventare cittadini.

 

LA COSTITUZIONE DEL 1978 ED IL DIRITTO ALLO STUDIO

Faccio un po’ di storia, ripeto, molto recente: se c’è da ricordare un successo della nostra Spagna democratica, se la nostra immaturità democratica si è potuta superare, in  più di un’occasione , con la  buona volontà della maggioranza, questo risultato positivo  è conseguente allo slancio dato all'educazione come  principio basilare, come assoluto diritto stabilito nella costituzione del 1978. Mi si dirà che, per qualsiasi cittadino, il fatto di conseguire in virtù di un principio, un patto sociale di qualsiasi tipo, una Magna Carta non significa garantirne il suo sviluppo e la sua applicazione con successo. Perché neppure l’esistenza di una legge per l'eliminazione della violenza contro le donne - violenza di genere, come a livello internazionale – diciamo, e l’enfasi messa per raggiungere tale obiettivo  è garanzia  che questo abbia avuto successo .

 

 

 

 

 

 

L’IMPORTANZA DELLA LEGISLAZIONE

L’EDUCAZIONE COME DOVERE-DIRITTO

Tuttavia, invoco la legge perché una legge "ravvicina", "sottolinea", "circonda" ed evidenzia la responsabilità di tutti nelle condotte che nuocciono alla società, così il fatto di isolare tale condotta, tacciandola di  inaccettabilità,  da parte del gruppo, rende responsabili per tutti i componenti di del gruppo stesso; ci vincola , inoltre, a delineare il profilo di ciò che ci piace osservare e ciò a cui non vorremmo mai assistere. Uno dei primi compiti che la Spagna ha dovuto affrontare alla fine degli anni ’70 del XX° secolo, alla fine di un periodo sinistro e buio,  quando si cominciò un nuovo viaggio, simboleggiato dalla costituzione del 1978, è stato l'estensione universale dell’ Educazione come un diritto, ma soprattutto come un dovere.

Immediatamente, raccogliendo l’affascinante  eredità di coloro che,  già prima della guerra civile del 1936-1939, che aveva sconvolto tutti, avevano fatto dell'istruzione l'unica bandiera degna di essere difesa perché vivevano la loro patria come “matria” e la chiamavano "mondo";  da subito, gruppi di insegnanti, professori , hanno permesso  alla Spagna di illuminarsi perché essi erano stati testimoni muti di piccole lucerne accese nella clandestinità, nelle catacombe della società imposte da 40 anni di dittatura.

Riunivano gli sforzi per costituirsi in Movimenti di rinnovamento pedagogico, continuando il lavoro di quei movimenti di Scuola Nuova  (sarei lusingata di portare qui alcune testimonianze su tutto ciò ma mi rendo conto che non è questo il compito che mi è stato assegnato in questo incontro, così vi accenno solo perché non si perda questo elemento come stella polare di riferimento ) .

Sarebbe bello stendere una lista di nomi ai quali prestare omaggio ed ascoltarli come si ascolta una partitura musicale, potremmo renderci conto della bellezza che ci hanno lasciato in eredità. In fin dei conti, torna a dire Maria Zambrano, l’ordine democratico assomiglia molto di più ad una partitura musicale che ad un disegno architettonico. Ciò a cui farò riferimento valga come breve informazione per coloro che non  sono a conoscenza dei fatti e come rafforzamento della memoria per chi già conosce la storia spagnola.

 

GLI INTELLETTUALI NEL DRAMMA SPAGNOLO

Non sono passati neppure 40 anni da quando abbiamo assunto a riferimento la Costituzione del 1978, allora l’analfabetismo in Spagna era né più né meno che un fatto aneddottico. E la co-educazione, l’attenzione al genere era, altrettanto, un aneddoto unitamente a  tutto quello che questo termine significa  ; co-educare, infatti,  non è condividere un’aula con ragazzi e ragazze , bambini e bambine è estendere l’uguaglianza, essere giusti ed equanimi; favorire le differenze che non isolano ma arricchiscono. Abbiamo iniziato, e non poteva essere altrimenti, con la formazione dei professori. E qui faccio una pausa per rinfrescare la memoria in momenti tanto favorevoli  a seminare discredito sul lavoro professionale degli insegnanti. L’anno scorso mi hanno invitata come conferenziera alla settimana pedagogica di Cuenca, organizzata dall’Università Internazionale Menéndez Pelayo. Si celebrava qualcosa di affascinante : “80 anni di rinnovamento pedagogico” tanto era il tempo trascorso nella città castellana-manchega da un convegno di molti anni fa. Ascoltare le testimonianze di chi era lì prima che iniziasse la guerra civile, testimoniando le carenze della Spagna, era senza dubbio, una situazione speculare istruttiva, esempio di quello che ancora  dobbiamo costruire nel mondo intero. Portavo con me a colazione, quel giorno, un testo di Maria Zambrano  che chiedo di leggere con tutti voi. “Gli intellettuali nel dramma spagnolo”. “ Se c’è qualcosa oggi che ci appare chiaramente , con una chiarezza fatta di dolore, è che l’intelligenza non funziona in modo incondizionato ma in relazione alle circostanze sociali, politiche ed economiche. Esistono nell’Universo altre realtà non razionali , chissà se solo per questo momento, realtà che in determinati istanti sembrano coprire l’orizzonte umano di una gran  tormenta  della quale non vediamo la fine.”

 

 

 

 

 

LA “TRANSIZIONE”

Non fu necessario che passasse molto tempo dall’inizio di quel periodo storico che in Spagna chiamiamo “Transizione” e che ha come fulcro la costituzione del 1978; la trasformazione avvenne anche  grazie ad alcuni governi che convertirono in legge, ovvero in uno spazio di convivenza, l’eccellente lavoro della maggioranza degli educatori/trici, il sapere e la forza di una professione , indicando le priorità che la Spagna democratica avrebbe dovuto seguire al momento di affrontare il suo futuro immediato. Questo significò incorporare il diritto ad un’educazione di qualità che permettesse alla Spagna di maturare , perdere i timori e tessere la sua libertà.  Così concepisco io l’educazione, un cammino che traccia mondi, passi fermi, che una volta intrapresi  ci aiutano a sostenerci gi uni con gli altri, sui nostri stessi piedi , senza paura, ad elevarci , allo stesso tempo, fino al territorio smisurato della libertà e della sensazione creativa .

 

C’è un proverbio cinese che mi piace molto per la simbolismo dello spirito che esprime : “ La terra ci difende, il cielo ci protegge” . L’essere umano nella sua individualità insostituibile, ha come compito quello di  unire il cielo e la terra.

E’ un compito tutto storico quello di dimostrare che il 1939 chiudeva, per la Spagna, le vie aperte con esperienze magistrali quali quelle che erano nate in seno all’Istituzione della “Institución Libre de Enseñanza”, che si estendevano fino all’ottenimento da parte delle donne  di un ruolo  nella società .

(Dobbiamo il raggiungimento del diritto al voto delle donne spagnole a Clara Campoamor , che in solitudine ha portato avanti questa battaglia, vincendola nel 1931, molto prima che questo avesse luogo in paesi vicini, che, senza dubbio hanno avuto più fortuna nella loro storia,). Questi intellettuali si sono fatti carico di colmare le terribili carenze; stabilivano reti di formazione degli insegnanti, favorivano incontri pedagogici come quello nominato, davano il via ad iniziative come le “Missioni Pedagogiche o la Giunta per l’Ampliamento degli studi, che permise a centinaia e centinaia di maestri/e  così come ad artisti, creatori, uomini e donne di scienze, di viaggiare per studiare quello che non esisteva in Spagna.

“Ricavare dall’esterno, ciò che  a noi manca dall’interno”, dicevano.  Il 1939 , ha reso invisibile questo cammino fino a farlo scomparire, finché la società spagnola finì col dimenticarlo. Venivano strappati dalla scuola la maggior parte di bambini e bambine di questo paese, dalla terra uscivano le paure e le sconfitte ancestrali, che si imponevano senza pietà prima che il cammino della vita iniziasse ad essere percorso; dal cielo arrivavano castighi e timori che sarebbe stato temerario tentare di affrontare. 

 

I TEMPI RECENTI E LA CANCELLAZIONE STORICA

Questa è stata l’infanzia di persone a noi molto vicine per età, i miei genitori, i nostri  padri reali o possibili . Non è passato molto tempo, come possiamo vedere. Molto poco anche se la cancellazione storica si sforza di farci credere che si tratta di un tempo lontano, quasi leggendario , al quale non si deve prestare molta attenzione. Non sono d’accordo. Capiranno che sapere che in meno di quarant’anni, abbiamo recuperato un sogno di giustizia, deve permetterci di difendere questo sogno. E per coloro che fino a questo momento non hanno potuto neppure sognarlo, dobbiamo mostrarlo, questo sogno, perché lo conoscano.  Emoziona molto sapere che una classe docente “valorosa e valida” , poiché si giocava, in alcune situazioni, la sua vita personale e sociale, dava vita ad iniziative pedagogiche che affrontavano le circostanze sociali e pregiudizi, norme vigenti, dimostrando, col suo esempio che il timore non condiziona l’Educazione, che le sconfitte, trasformate in sottili armi di ricatto si devono convertire , in possibilità, in chiave che apra tutte le porte che altri chiedono di mantenere chiuse , perché vorrebbero che questi beni incomparabili che sono il sapere e la sua compagna inseparabile, la libertà , possano essere gustati solo da coloro che  hanno il privilegio di possederli.

 

 

 

 

Questa generazione di maestri ruppe con le ferite, con le catene che avvolgevano il corpo dei bambini, e che, nel caso delle bambine, trascinavano inoltre, fantasmi  che non avevano una patria concreta o una loro origine, perché sono sempre stati e continuano ad essere costruiti da padroni universali che, sfortunatamente esercitano un potere molto particolare, quello che chiamiamo “potere sul genere femminile” , indipendentemente dall’origine geografica, sociale o economica.

 

L’AZIONE LEGISLATIVA E LO SGOMBERO DELLE MACERIE

Care amiche, cari amici, l’itinerario della mia vita mi ha portato da meno di sei anni a d occupare uno spazio pubblico nel quale è possibile esercitare un’azione “legislativa”, ovvero, tracciare mappe per la convivenza civile , come dicevo poco fa. Facevo parte di un ufficio governativo , che si era prefisso, tra gli altri obblighi morali  e democratici, quello di una riorganizzazione sociale a partire dalla memoria condivisa della Spagna, riflettendo su questa stessa storia  facendo riaffiorare, liberando dalle macerie, vittorie ignorate e fertili sementi nascoste dalla terra.

 

I  MAESTRI DEL PENSIERO EUROPEO NEL DURO TEMPO DEL TOTALITARISMO

Uso il  termine “resto-maceria”, avvicinandomi alle lucide ed impegnate parole dei filosofi Walter Benjamin e Teodoro Adorno , che produssero filosofia, come ben sappiamo, in tempi tristi per l’umanità: ai margini della storia ufficiale, essi ci vengono a richiamare , in questi territori che il potere dispotico disprezza, rigetta e accantona; lì di solito  si nascondono le ragioni che ci hanno guidato fino al presente e, in molte occasioni, i sogni che ci hanno permesso di fiorire. In questo contesto e quando  rivisitavamo  la legislazione per l’educazione ( non è la stessa cosa aggiornare che cambiare , e, quando si parla “di cambiamenti del sistema educativo” come ostacolo per il buon sviluppo dello stesso, ci si sta richiamando, anche se in modo inconsapevole, ad un immobilismo che non ha ragione di esistere in educazione.

La dinamica educativa è mutabile, mobile, fluida, come la stessa vita degli esseri umani  che chiedono di continuare a crescere. Torno al discorso precedente; nel tempo in cui si  aggiornava la legislazione educativa , si incorporavano alla stessa messa a punto , decisioni che la trascendevano, si rinforzava lo sforzo  di intrecciare i fili di un’educazione capace di  farsi carico in modo risolutivo del presente,  producendo altre leggi modernizzatici e capaci di trasformazione.

Perché penso che tutti siamo coscienti di questo “un modo di fare cambia il mondo” e, questa  attitudine è molto di più che un cumulo di frammenti isolati, che qualcosa che sta al di fuori del contesto nel quale è compresa. Siamo abituati ad agitarci prima di pensare; si sollevano argomenti  capziosi rispetto ai molti cambiamenti  della legislazione educativa; l’educazione sempre anticipa il futuro, anticipa sempre i tempi della sua stessa storia  data la sua flessibilità , la sua mutevolezza dovrebbe essere intesa come uno strumento capace di farsi carico delle responsabilità che le sono connesse.

 

VALUTARE IL CAMMINO ;  IL RISCHIO SOCIALE DELLA SELEZIONE

Non so se, soffermandoci un attimo a riflettere su questa affermazione, che  è adottata soprattutto da chi non ha interesse che l’Educazione sia la migliore possibile, arriveremmo al chiaro del bosco oscuro delle opinioni.

Mi riferisco alla trascendenza dei cambiamenti che si sono prodotti in Spagna negli ultimi tempi e alla necessità che l’Educazione raccolga il senso di tali cambiamenti; questo esige la generosità di tutti per trasformarsi in un successo.  E tale generosità significa anche saper leggere i risultati con cognizione di causa, con dati, la cui obiettività , come dicevo  all’inizio, non trascuri la situazione specifica ed il punto di partenza.  Chi considera che la segregazione, la selezione prematura sia una garanzia di successo, sta tornando ad una visione sociale i cui principi sono molto simili a quelli vissuti dai nostri padri nella loro infanzia. Sento di essere un po’ categorica nella mia affermazione ma sto cercando di rendere conto di un processo che si riveste di nobili parole che non corrispondono in nessun modo ai reali obiettivi che intende perseguire. Si osservino i concetti sottesi di competitività, di sforzo ed altri ancora.

 

 

 

 Non possiamo permetterci di concepire mondi isolati, estremisti, che chiamano ordine il classismo e che  di solito portano con sé modi di fare non solidali, segregazionisti, ingiusti, razzisti, xenofobi.

Né possiamo continuare ad identificale la globalizzazione con l’appiattimento anche se l’esperienza quotidiana ci dimostra che questo avviene. Ho letto da poco un’intervista alla nota scrittrice indiana Arundathi Roy , autrice di “Il dio delle piccole cose” , attiva nella lotta  in favore dei diritti umani delle donne,  scrittrice che ha approfittato della sua notorietà come scrittrice per diventare una figura di riferimento sociale nel suo paese.

Diceva che chi si riunisce, come lei, in forum contro la globalizzazione, sono, in realtà, quelli che più ci credono, per paradossale che possa sembrare, proviamo ad immaginare  quale avanzata etica conquisteremmo se ci fosse una globalizzazione del sapere, la conoscenza di una formazione critica, quanto guadagneremmo dal conoscere differenti modi adeguati allo stare nel mondo; quale fortuna se si estendessero le migliori esperienze del  mondo anche se sorte e praticate in luoghi lontani  da noi. Quanto guadagneremmo se capissimo una volta per sempre, che un diritto acquisito  in qualsiasi punto remoto della terra, è un diritto per tutti gli esseri umani e, come tale deve essere esteso a tutti/e. Cominciamo quindi ad esigere che ci vengano offerte tutte le possibilità che i nuovi mezzi di comunicazione ci offrono; pretendiamo come diritto universale la solidarietà e la equità. Assumiamoci la responsabilità ch ci riguarda direttamente, di quello che succede o non succede , in qualsiasi luogo del mondo se c’è un bambino o una bambina che non sia a conoscenza di questo o , una persona adulta, che non conosca il suo dovere in tutto ciò.

 

LA RETE DELLE DONNE AFRICANE E SPAGNOLE PER UN MONDO MIGLIORE

In questo contesto è nata la “rete delle donne africane e spagnole per un mondo migliore. Non c’è stata alcuna ricerca sofisticata per trovare un titolo che ispirasse più sensi nella lettura; no, abbiamo scelto l’incisività ed il senso diretto: “Donne per un mondo migliore”.

La rete si è attivata a partire dalle più alte istanze  dei Governi  , dando per sottinteso, che, solo la cosiddetta “società civile” avrebbe potuto sollecitarne il cammino. 

Red de Mujeres por un Mundo Mejor

Venivano chiamate in causa così le due strutture: quella governativa e quella civile, sia la sfera sociale che quella economica ed imprenditoriale. Ogni struttura  offriva il suo apporto in termini di qualità  e compiti da svolgere.  Vi partecipavano ssociazioni importanti di donne spagnole  così come figure rilevanti di personalità impegnate nella lotta per l’uguaglianza e per il riconoscimento dei diritti umani delle donne, donne dell’imprenditoria, del mondo accademico, sindacale; tutte si sono subito messe a lavorare per la rete. Da parte del governo spagnolo si sono favoriti incontri al più alto livello politico con i paesi africani che, immediatamente si aggiungevano in questo viaggio. Fortunatamente abbiamo visto la raccolta dei primi frutti. La rete si allargò con la partecipazione di altri paesi europei , americani, asiatici; tutti chiedevano di essere inclusi per perseguire gli stessi obiettivi ; cercare assieme di cambiare il mondo, di migliorarlo.  Parteciparono dall’inizio alla rete la Premio Nobel per la  Pace  Wangari Maathai, Graça Machel o Michelle Bachelet, solo per nominare tre personalità che consentono di capire l’ampiezza del progetto.  Dall’inizio  si  sono condannate abitudini mentali arcaiche e prepotenti che si basano sull’idea che alcuni sono migliori di altri magari perché  sono facilitati all’accesso di certe tecnologie.

 

Abbiamo operato un serio esercizio di ristrutturazione culturale e linguistica e pertanto etica; lo sviluppo di un paese deve realizzarsi per la sua possibilità di iniziativa , dai suoi sogni, dalla capacità di condividere i successi con i cittadini così come per l’estensione dei diritti umani che possano crescere e moltiplicarsi.  Collaborare e condividere; questo è stato “Donne per un mondo migliore” . In questo modo il lavoro condiviso di donne africane, latinoamericane, euro-mediterranee ha permesso che si stabilissero piani spaziali e temporali in quattro grandi aree:  autodeterminazione-empowerment; impresa e capacità imprenditoriale, salute ed educazione. I quattro obiettivi d campo, com’è naturale si intrecciano gli uni agli altri come ho già sottolineato , del resto non potrebbe essere diversamente. La rete è stata resa pubblica nel 2006 a seguito dell’incontro in Mozambico.

LA DICHIARAZIONE DI MAPUTO

Da quelle giornate di lavoro venne proclamata quella che è conosciuta come “La dichiarazione di Maputo”, della quale ho avuto l’onore di essere relatrice. L’anno successivo, dopo 12 mesi di lavoro approfondito nelle differenti aree, nel marzo 2008 fu realizzato il secondo incontro; questa volta a Madrid. Leggerò il testo che ho avuto l’onore di stendere e presentare pubblicamente al momento dell’inaugurazione del secondo incontro. E’ stato pubblicato nel libro scritto assieme a Monica Antequera che ha per titolo “Da Wangari Maathai e altre donne sagge: dall’ecologia alla pace”.  Maputo, 8 marzo 2006, giorno internazionale della donna, così si concludeva la Conferenza con la sua Dichiarazione su Donne e sviluppo “Signore e signori, è passato un anno da quando Maputo ha ospitato le più pazze donne del Mozambico, di altri 19 paesi africani, della Spagna. Ci eravamo riunite con la certezza che è possibile un mondo migliore ed avevamo la certezza che questo obiettivo si potrà raggiungere se sapremo introdurre nel cuore di tutti i bambini e le bambine un sentimento di libertà ; stiamo pertanto aprendo la porta alla speranza. La speranza  è tale solo se le società possiedono  un luogo per tutti gli esseri umani  senza che questo significhi rinunciare a ciò che ci rende differenti  e pertanto, nelle nostre differenze, uguali. Siamo convinte/i che dare autorevolezza alle donne è dare più potere alle società perché, quando una donna ottiene dei risultati-si è visto qui in Maputo- sta avanzando il mondo intero.  Per questo l’empowerment delle donne sa definire con precisione, con saggezza, con incisività, come e perché deve trovar spazio questo potere: un potere, diciamo per l’inclusione, per la giustizia, , per lo sviluppo, per la pace; un potere per la dignità ed il rispetto. Un potere che compromette , pertanto, a tutti coloro che si rendono artefici della costruzione di uno spazio di convivenza tra le persone , perché essere donne- lo abbiamo sentito in Maputo- non può tradursi in uno stato di inferiorità; essere donne non può significare la necessità di lottare “per essere”, non può essere una difficoltà che si aggiunge a quella dell’esistenza. Dobbiamo iniziare a gettare la semente che ci consente di guardare in altro modo, senza paura, includendo questo punto di vista come pratica politica dei governi e dei legislatori , perché i responsabili delle azioni sappiano essere giusti. E’ un compito di tutti, delle donne e degli uomini. Anche i benefici saranno per tutti: per uomini e per donne.  A Maputo abbiamo riflettuto sul fatto che non si può negoziare e porre in secondo piano la lotta contro la fame e la povertà e che non è neppure trattabile lavorare per la salute e per l’educazione quando anzitutto la meta è la dignità umana; la dignità non si contratta. Abbiamo discusso e siamo arrivate a dimostrare che la  cooperazione allo sviluppo è lo strumento che renderà raggiungibili queste mete.  A Maputo  abbiamo sentito: il talento sarà possibile se sono offerte delle opportunità e tali opportunità passano per l’offerta di strumenti che le permettano. O per  la creazione di questi laddove ancora non esistano.  Per questo dobbiamo essere orgogliose della consapevolezza delle donne , molte volte forti o umili vincitrici della povertà e fautrici di pace in tanti luoghi del nostro pianeta . Dobbiamo batterci per una educazione che generi una cultura di uguaglianza , per dei mezzi di comunicazione che aiutino trasmettendo nuovi valori  perchè  sia possibile una società civile  impegnata nello sradicare i ruoli arcaici.

 

Bisogna sforzarsi per assumere l’obiettivo della salute delle donne come priorità urgente , perché se una malattia si “femminilizza”, colpisce soprattutto le donne, si includono con loro i bambini/e che nasceranno, le madri che muoiono prematuramente ; si compromette il futuro delle società. Bisogna consolidare la cooperazione come un tratto peculiare della cultura delle donne nel mondo, e questo , significa, senza dubbio alcuno, offrire delle alternative di progresso a tutti.

 

IL POTERE ALLE DONNE COME GARANZIA DI SVILUPPO SOCIALE  E BENESSERE

Così abbiamo tessuto la Dichiarazione di Maputo, dimostrando che l’empowerment delle donne è la miglior maniera di lottare contro la povertà che porta con sé l’analfabetismo, così è possibile garantire alle bambine l’accesso universale all’educazione, inserendo in tale scelta una prospettiva di genere ; questo è l’unico modo per raggiungere l’uguaglianza. Offrire maggiori opportunità di accesso ai servizi sanitari alle donne, significa ampliarne i diritti ma anche garantire un apporto allo sviluppo sociale ed economico dei paesi , con tutte le conseguenze positive che possono derivare dal vedere le donne come soggetti attivi nella costruzione del futuro del mondo.  In tale costruzione è indispensabile rinforzare il rispetto per l’ambiente , specie quando la terra è la fonte di sussistenza della maggioranza delle donne africane e delle loro famiglie. E’ necessario inoltre garantire l’autosufficienza economica e l’accesso ai beni di sostentamento e al loro controllo. La violenza contro le donne è la massima violazione dei loro diritti ; il suo sradicamento deve essere compito dei governi come deve essere l’accordo con i mezzi di comunicazione per la lotta contro gli stereotipi di genere che facilitano tale violenza. Le guerre in Africa hanno come vittime più frequenti bambini/e e donne con la conseguente distruzione del tessuto sociale che questo comporta.

Solo quando a noi donne sarà consentito l’accesso al potere politico, allora potremmo parlare di democrazia consolidata, questa forma di creare relazioni che non è solo un diritto ma un’esigenza.

 

I CINQUE PUNTI DI MAPUTO

In Maputo ci si è accordati su 5 punti che analizzeremo dettagliatamente per verificarne l’efficacia  e, se necessario degli  aggiustamenti. 

  1. approfittando della  facilitazione degli scambi indotti dalle nuove tecnologie , si è costituita una rete di donne africane e spagnole, coordinate dai rispettivi governi ; la rete ha come compito la creazione di forum , di scambio di esperienze, per il funzionamento di tale rete si realizzò un taller a  Madrid
  2. Dal momento che l’accesso all’educazione è la condizione di base per l’uguaglianza, si è concordato di creare un gruppo di lavoro, composto da donne, che elaborasse una mappa dell’educazione delle bambine in Africa . Sappiamo che l’educazione delle bambine è garanzia di dignità collettiva perché i suoi effetti oltrepassano quelli presupposti dal diritto individuale , dal momento che ha come effetti positivi l’abbassamento della mortalità infantile e del contagio nella diffusione delle  malattie delle donne, aumenta l’assunzione di potere delle donne  ed il loro potenziale di trasformazione in tutti gli ambiti. Abbiamo questa mappa. E con la mappa abbiamo formulato una diagnosi e delle ipotesi che ci consentono di avanzare in questo lavoro
  3. Di fronte al problema della salute delle donne che lottano contro le malattie trasmissibili e tropicali ,  ci si è accordati di creare un gruppo di lavoro che analizzi  la possibilità di accordo con le case farmaceutiche per la distribuzione degli antiretrovirali generici di basso costo , creare un altro gruppo di lavoro sull’informazione e sui programmi relativi alla salute materno infantile e dar luogo ad una campagna di massa di distribuzione dei preservativi
  4. Per quanto riguarda la maggior autonomia delle donne ci si è accordati di promuovere progetti specifici  di aiuto alle imprese con obiettivo centrale l’accesso delle donne al processo produttivo ed ai suoi risultati
  5. La vita della rete afro/spagnola

 

 

 

 

La rete continua a funzionare; Niger, Liberia, Valencia, sono stati  luoghi  che hanno ospitato incontri nazionali. C’è una comoda pagina web che si può consultare seguendo i lavori o partecipando agli stessi. Desidero informarvi inoltre che , oltre alla “Rete donne per un mondo migliore”, è sorta un’iniziativa, ispirata alla prosecuzione dei lavori della rete : “Donne per l’Africa” di una fondazione presieduta da Mª Teresa Fernández de la Vega  che non possiamo dimenticare di nominare in Spagna per tutto quanto concerne la lotta  per l’uguaglianza tra donne ed uomini , riconosciuta in tutto il mondo per il suo lavoro politico e per essere stata vicepresidente del Governo Zapatero.  Durante questo governo, come sapete, si è dato l’avvio alla rete di cui stiamo parlando e si sono attivati in un modo eclatante e  rapidissimo politiche che hanno inciso sul raggiungimento dell’uguaglianza attraverso iniziative legislative culminate nella proclamazione della legge “dell’uguaglianza”, “legge contro la violenza di genere”, “legge  della Dipendenza” iniziative che hanno lo scopo di denunciare sconfitte sociali che non possiamo continuare a nascondere, come nel caso degli esseri umani, nel quale i settori della popolazione più vulnerabili , quali le donne ed i bambini, sono umiliati fino a  subire le azioni  più detestabili , con l’accettazione sociale che non si oppone al costume o all’abitudine della schiavitù mascherata d’altro. Senza sembrare apocalittici, soppesiamo cosa significhi che la maggior parte dei  governi  a livello mondiale, stanno operando dei tagli in queste aree appellandosi a un “futuro migliore del presente”. Senza commenti, che già non mancano, ma ribadiamo che non possiamo perdere di vista quello che sottostà a queste politiche. Nella rete, venivano attualizzati temi sull’importanza della cooperazione allo sviluppo , avendo, la Spagna, per la prima volta puntato l’attenzione prioritaria sul continente africano, scelta che ha facilitato la creazione delle basi che hanno dato luogo alla rete “donne per un mondo migliore”. E’ stato inoltre acquisito l’impegno dei governi africani e della fondazione “donne per l’Africa” a protezione della quale si sono poste le imprese più importanti della Spagna, scelta che rappresenta un impegno ed una responsabilità sociale. Ora, permettetemi di continuare con una dichiarazione di principi a mo’ di sintesi. Viviamo in un momento storico cruciale e so che provoca le vertigini trasformarci in protagonisti insostituibili di una storia che non sempre abbiamo scritto.  Però è così; viviamo in tempi di incertezza nei quali, tuttavia, si aprono orizzonti che, non ostante tutto, non conosciamo. In una recente intervista, Mortier, nel valorizzare il compito che devono avere l’educazione e la cultura, ricordò  che, nel 1898, la caduta del muro di Berlino ; quell’avvenimento cha ha suscitato un’allegria che è stata occultata dall’imposizione di un unico modello di società , che si ergeva, come l’unico possibile, senza alternative. Insisto, sull’importanza per gli  esseri umani, della caduta del muro, non sto difendendo in alcun modo quello che c’era dietro a quel muro , semplicemente faccio presente questo, utilizzando l’eco della riflessione di Mortier. Si è imposta, come dimensione unica, quella di un capitalismo disumano e disumanizzante, senza scrupoli, antisolidale per definizione, insolentemente dispotico, nel quale, ancora una volta, l’unica legge indiscutibile, l’unica legge che non avrebbe bisogno di essere aggiornata è quella che sancisce “il “diritto naturale” alla sopravvivenza dei più forti. Però la forza, e qui sta l’evidenza della trappola, l’ha determinata chi ha il potere per poterlo fare, coloro che prendono decisioni sul potere e su ciò che non è lecito. Attenzione amici ed amiche la cattiva fama generalizzata della classe politica, incolore, generalizzata, soprattutto nell’Europa disorientata, nasconde un atteggiamento antidemocratico, avverso ai diritti che sarebbe pericoloso ammettere. Tutti/e abitiamo una “Polis”, tuti, tranne gli animali e gli dei, diceva i filosofo greco Aristotele; abbiamo bisogno degli altri esseri umani per arrivare ad esserlo noi stessi. Di qui la necessità, oltre all’importanza dell’educazione. Determinati schemi sociali hanno esercitato la  loro funzione, hanno esaurito il loro compito. Pertanto bisogna reinventare nuovi valori, senza nessuna nostalgia, senza nessuna paura, per l’appunto; però oggi è gia domani ed ogni minuto che passa senza elaborare strategie che non si ostinino a “recuperare i tempi passati” è un errore che  ci allontana dall’avvenire che desideriamo.  E’ definitivamente caduta la frontiera nell’ampio paese dell’educazione. E’ finita l’accettazione della disuguaglianza praticata in virtù delle strategie di mercato che non si preoccupano di migliorare la vita ma di esercitare un potere su di essa come se fosse un’altra merce.

 

 

 La politica non può mantenere uniti discorsi veritieri e bugie. La ricerca della verità è un obbligo della scienza sperimentale e questa verità è cercar di togliere terreno all’ignoranza,  a beneficio, ancora una volta, degli esseri umani; per questo non si devono neppure  giustificare comportamenti di qualsiasi tipo in nome della scienza.

 

NON C’E’ PROGRESSO SENZA EQUILIBRIO  E GIUSTIZIA

Non c’è progresso senza equilibrio, senza sostenibilità senza la prospettiva di un’epoca che non è ancora arrivata. La politica deve lavorare per realizzare l’impossibile, non il vero. Per questo non è tollerabile che si utilizzino termini come “fallimento”, “problema”, “mediocrità”, “risultati quantitativi”, “mancanza di competitività”, per devastare le mete che richiedono, invece, che si guardi un poco più in là, nella storia della Spagna, dell’Europa, senza andare oltre. Questo esercizio di memoria  è molto utile per sdrammatizzare e proporsi attivamente nei luoghi in cui è richiesto di difendere la dignità. L’impossibile è stato realizzato nella ricerca, da parte di quelle persone che, nemmeno quaranta anni fa, immaginarono che l’analfabetismo, in Spagna, poteva sparire. E, dieci anni fa era impossibile immaginare che la violenza contro le donne si sarebbe caratterizzata come una forma di violenza strutturale che richiede la modifica delle strutture che la permettono. Era impossibile pensare che una rete di Educatori/trici, come questa della RIDEF, avrebbe potuto arrivare ad un tempo  che le dà solidità ed autorevolezza per  esprimere opinioni, perché quanto esprime sia recepito nei luoghi pubblici; non si tratta solo di una metodologia che si ferma all’interno delle aule, di una tecnica pratica e di una strumentazione pedagogica specifica. L’impossibile deve essere iniziare a scrivere quei compiti che dovremmo realizzare tutti assieme , perché il prossimo incontro, non si ritrovi davanti un’altra volta questo mondo che ci viene mostrato con pessimismo per le strade, ma, che, sicuramente, in qualsiasi angolo si tenga, questo vostro incontro, questo nostro incontro, lì ci sia una luce che non si spegne.

L’impossibile ha smesso di essere tale, quando, a Valencia, nel corso del V ° incontro delle “donne  per un mondo migliore” nel 2010, elencammo gli impegni immediati che si sarebbe assunta la Rete  e le più di 500 persone presenti si alzarono in piedi quando  iniziai a leggere che ci saremmo impegnate a compiere  i primi passi per elaborare una strategia internazionale che avrebbe permesso la formazione con una prospettiva di genere, del corpo docente africano. Tale formazione avrebbe portato indiscutibilmente con sé una riflessione profonda sulle esperienze buone pratiche che conducono a risultati sul tema che stavamo dibattendo. Il grave della faccenda, lo sappiamo, noi insegnanti di tutto il mondo, è il rischio che si modifichino solo le forme e non la sostanza, strategia capziosa che la cui mendacia arriva a disorientarci.

 

LE RIDEF E IL COMPROMESSO ETICO DEGLI EDUCATORI/TRICI DELLA “SCUOLA MODERNA”

So che un incontro come questo,  è già di per sé un bene, che la conoscenza del lavoro di tante compagne e compagni del mondo intero è un valore più che sufficiente per tutti/e. Però arrischiamo di andare un po’ più in là  perché ne abbiamo la possibilità e l’obbligo. Tracciamo tutti assieme il cammino che ci porti nel territorio dell’impossibile. Il tesoro: ottenere che nessuno bambino e bambina al  mondo debba patire circostanze sociali che lo derubino della sua infanzia; lavoriamo perché nessun bambino, nessuna bambina, si sentano condizionati dal loro luogo di nascita. E che non ci sia nessuna maestra o maestro al mondo che si sentano soli o maltrattati. Il tesoro dell’impossibile, che questi giorni a León siano l’inizio insostituibile del mondo che desideriamo. Che l’esperienza degli uni ed altri si trasformi in forza per la coscienza che in molti si può arrivare laddove fin ora non è stato possibile. Con tale spirito di riuscita si è costituita la rete delle “donne per un mondo migliore” , con questa scommessa si è preparato questo incontro di León. Con questo slancio dobbiamo concluderlo il giorno in cui  sapremo che c’è tra tutti/e una complicità responsabile che siamo disposti/e a difendere, a creare pratiche utili ed innovatrici. 

 

 

 

 

Concludo con le seguenti parole della scrittrice afroamericana Audre Lorde “I nostri sentimenti non destinati a sopravvivere in una struttura di vita determinata dal benessere, dal potere lineare, dalla disumanizzazione istituzionalizzata. I sentimenti si sono conservati come ornamenti inevitabili o come gradevoli passatempi con la speranza che  si inchinassero davanti al pensiero così come si sperava che le donne si inchinassero  davanti agli uomini. Ma le donne sono sopravvissute. E anche i poeti sono sopravvissuti. E non ci sono nuovi dolori. Li abbiamo provati tutti. Li abbiamo nascosti nello stesso luogo in cui teniamo protetto il nostro potere. Ambedue affiorano nei sogni ed i sogni ci indicano il cammino della libertà.” Per il sogno di tante persone che si fermano lungo il cammino; por chi ignora che i sogni  gli appartengono; per coloro che tessono oggi sogni;  al fine che nessuno rimanga fuori dalla speranza “harambee” come chiedeva Wangari Maathai, nella sua lingua Kikuyu; lavoriamo tutte e tutti uniti.

 

Traduzione dallo spagnolo  di Maria Teresa Roda